Studenti a tempo indeterminato

Della protesta degli universitari rispetto alla riforma Gelmini abbiamo avuto modo di parlare.

Appare con tutta evidenza una manifestazione ideologica. Non una controproposta, non una critica puntuale e circostanziata: solamente slogan, gesti simbolici, gente sui tetti.

La condizione di studente, per sua natura provvisoria, di passaggio, appare invece, in queste occasioni, rappresentata da collettivi organizzati di consistenza granitica.

Rappresentano davvero i nostri studenti? Avrà ragione il Presidente del Consiglio a dire che chi frequenta l’università con impegno e dedizione non ha nulla a che fare con questi cortei?

Che quella del Ministro Gelmini sia una riforma equilibrata e necessaria è confermato financo da addetti ai lavori appartenenti ad aree culturali ben distanti da questo governo di centrodestra.

Sicuramente con la cultura dell’efficienza e del merito buona parte dei manifestanti ha poco a che vedere; basta tornare indietro di poco meno di tre anni per una piccola riflessione.
Ricordate l’Universita "La Sapienza" nel gennaio 2008?
Mobilitata dalla medesima minoranza ideologica per respingere la visita del Pontefice; pagina triste dell’Università capitolina tenuta sotto scacco da pochi facinorosi.

Alla tiritera filomarxista delle proteste di studenti a tempo indeterminato mi piace contrapporre le parole conclusive di questo grande Pontefice nel discorso mai pronunciato all’Università di Roma.
Buona riflessione.

«Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo.

Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande.

Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola.

Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà.

Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.»

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