Mario Francese, il giornalista che arrivava prima degli altri

Ogni 27 gennaio, ormai da 31 anni a questa parte, si consuma sempre lo stesso rituale. Non è il solo e non è nemmeno quello più noto. Palermo è un cimitero a cielo aperto: quando giri per la città non è difficile trovare una lapide commemorativa che ricorda qualche giovane carabiniere, poliziotto o magistrato caduto sotto il fuoco mafioso.

O peggio fatto saltare in aria da chili e chili di tritolo. Il 27 gennaio del 1979 Cosa Nostra eliminò uno dei suoi nemici “senza volto” ma dalla penna affilata, stiamo parlando di Mario Francese.

“Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”. Era la solita frase che Mario Francese pronunciava quando lasciava la redazione del Giornale di Sicilia di Palermo per tornare a casa. L’aveva detta anche in quel disgraziato 27 gennaio, non sapendo che non sarebbe mai più tornato a scrivere.

Mario Francese, originario di Pachino, si era trasferito a Palermo per studiare ingegneria, ma ben presto la passione per il giornalismo ebbe il sopravvento. Iniziò come telescriventista all’Ansa e poi si occupò di nera e giudiziaria per “La Sicilia”.

Bisogna, doverosamente, inquadrare qual era il contesto storico e sociale nel quale il cronista si muoveva. Erano gli anni sessanta, la mafia era ancora un fenomeno sottovalutato e da Palermo i corleonesi erano considerati i viddani, gente non ritenuta pericolosa e di conseguenza sottovalutata.

Ma Francese non la pensava così. Venne chiamato dal “Giornale di Sicilia” per seguire i processi più importanti del tempo, come la strage di viale Lazio e le udienze di Luciano Liggio. Ma quali furono gli scoop che resero Mario Francese così scomodo per Cosa Nostra? Innanzitutto le rivelazioni e le intuizioni del cronista sulla ricostruzione post-sisma nella valle del Belice. Dopo il sisma del ’68 si scatenò in tutta la Sicilia una vera e propria corsa per accaparrarsi appalti e sub appalti per la ricostruzione e ciò causò anche una guerra fra i clan mafiosi rivali. Tutto questo Francese lo scrisse prima degli altri. Lo scrisse bene, documentando tutto e tracciando i collegamenti tra industriali e boss mafiosi. Un lavoro egregio quello di Francese.
Arrivava sempre prima degli altri, è vero. Arrivò a capire in anticipo la guerra che ci sarebbe per la ricostruzione post-sisma e arrivò a tracciare un organigramma delle famiglie mafiose quando nessun giornale parlava, o riusciva a parlare, di mafia. In quegli anni nell’ambiente giornalistico palermitano esisteva un po’ di scetticismo riguardo la figura di Francese. Si credeva che il cronista lavorasse di fantasia. Capita a tutti i precursori, vengono capiti solo a distanza di anni.

Francese, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, scrive a più non posso di: mafia corleonese, traffici di droga tra New York e Palermo, assetto delle nuove famiglie malavitose. E sarà il primo a scrivere sul giornale che Salvatore Riina, detto Totò u curtu, è un mafioso. Anche in questo arrivò prima degli altri.
Per questa sua capacità Cosa Nostra, per mano di Leoluca Bagarella, lo fece fuori in una fredda serata di fine gennaio. A perseguire l’opera di Mario ci penserà il figlio Giulio, divenuto anch’egli giornalista del Giornale di Sicilia , il quale ha cercato di portare alla luce la memoria del padre tramite l’impegno nella carta stampata.

Purtroppo alla tragica perdita di un valoroso giornalista ne dobbiamo ricordare un’altra. Giuseppe Francese aveva solo dodici anni quando udì distintamente i sei colpi di pistola che uccisero suo padre Mario. Giuseppe si è portato dentro questo terribile lutto. Aveva ottenuto un lavoro alla Regione, in quanto parente di una vittima della mafia, ma ricercava verità e giustizia. Si mise a lavorare su tutti gli articoli del padre e a collaborare attivamente con i magistrati perché voleva vedere in carcere chi aveva compiuto il delitto. Il suo intenso lavoro, che lo portò a collaborare con Repubblica e Antimafia Duemila, ha dato nel 2002 i suoi frutti. La cupola di Cosa Nostra (Provenzano, Riina, Bagarella, Greco e Brusca) è stata condannata come mandante ed esecutrice dell’omicidio Francese. Appena finito il processo Giuseppe disse: "Il mio compito è finito, ho consegnato la verità”.

Si tolse la vita una settimana prima di compiere trentasei anni.

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