Giovanni Spampinato, il giornalista scomodo

Era una serata mite di ottobre, precisamente il 27 ottobre del 1972. A Ragusa l’autunno è dolce e placido, attende con calma l’arrivo dell’inverno, che porterà anche qualche spruzzata di neve. In quella serata mite di ottobre c’è un giovane, un giornalista laureando in filosofia, che gira per la città iblea con la sua 500 bianca, assieme a lui c’è un altro uomo.
Giunti nei pressi del carcere l’altro uomo intima al giornalista di fermarsi, scende, estrae due pistole e lo colpisce mortalmente con cinque colpi. L’uomo va immediatamente a costituirsi.

Sembrerebbe l’incipit di un giallo, un bel giallo da leggere tutto d’un fiato. Purtroppo in Sicilia la realtà supera spesso e volentieri la fantasia: questa è la storia di uno degli otto martiri del giornalismo siciliano. E’ la storia di Giovanni Spampinato.

Giovanni era nato a Ragusa, la culla del barocco, nel 1946 ed era un giovane pieno di valori e ideali. Era un convinto antifascista, dato l’influsso del padre, e aveva le idee ben chiare: voleva fare il giornalista.

Ragusa è sempre stata definita la provincia “babba”, ossia quel luogo piccolo e ameno dove non succede mai nulla, dove è tutto tranquillo e la pace regna sovrana. Ragusa è lontana dalle ammazzatine di Palermo e dai loschi traffici di Catania.

Dicevano tutti così, amministratori e cronisti. Sbagliavano.

Giovanni , tra un esame e l’altro all’università di Catania (quando venne ucciso gli mancava una materia per la laurea), collabora con un dei più importanti giornali che hanno segnato le battaglie antimafia degli anni settanta: L’Ora di Palermo, diretta da Vittorio Nisticò.

Inoltre, spinto dalla sua passione politica, collabora anche per l’Unità. E’ un giornalista appassionato Giovanni, scrive bene e soprattutto ha la grande capacità di intuire tutti i movimenti e i fenomeni del tempo.

Allora perché far fuori un ragazzo così professionale? Perché uccidere un talentuoso giornalista?

I motivi dell’omicidioo Spampinato, in sintesi, sono due: i movimenti eversivi di estrema destra che aveva scoperto a Ragusa e il coinvolgimento di un noto personaggio in un delitto.
Dei movimenti politici, riguardanti l’estremismo di destra, Spampinato è il primo a darne notizia. Scrive che ci sarebbe un triangolo tra la Grecia dei colonnelli, la Spagna franchista e appunto la Sicilia.

Giovanni scrive che a Ragusa ci sarebbe stato anche Stefano Delle Chiaie, un noto eversivo di destra, per concordare degli incontri con altre personalità di spicco dell’estremismo nero.
Ma lo scoop che costò la vita a Giovanni fu un altro.

Nell’ambito del delitto di un noto architetto ragusano, Angelo Tumino, trafficante di opere d’arte e anch’esso coinvolto nelle trame nere dell’ibleo, il giovane giornalista scrisse che tra i sospettati vi era un nome grosso: Roberto Campria, il figlio del presidente del tribunale di Ragusa.

Campria , vicino ad ambienti neo-fascisti, è un nome che nessun altro giornalista aveva avuto il coraggio di fare.

Le parole di Giovanni sulla vicenda, tratte da una missiva spedita al fratello, sono emblematiche: “Qui la stampa è un’associazione di omertà controllata. Papà mi ha fatto la predica, mi ha detto che mi espongo troppo, che nessuno si espone quanto me e che poi queste cose non le apprezzano …Ma se non si fa neanche questo, scrivere quello che succede e dare così il proprio contributo politico, che si fa?”.

Già, che fare? Giovanni che è un giornalista corretto, su richiesta di Roberto Campria stesso, decide di incontrarlo per chiarire. I due si vedranno altro volte, nonostante tutti avessero avvisato Giovanni di stare attento a Campria, sottoposto ad una pressione mediatica notevole.

Intanto Giovanni continuava a scrivere sulle trame nere, sul delitto Tumino e sulle piste che dovevano essere battute per cercare i mandanti dell’omicidio. Un omicidio di matrice politica, maturato in un ambiente torbido.

Finchè, durante uno dei loro incontri, il 27 ottobre 1972 Campria decise di zittire per sempre quel giornalista scomodo. Perché lo ha fatto? Solamente perché aveva inserito il suo nome altisonante nella lista dei sospetti?

Secondo la magistratura che ha indagato sul delitto del giornalista, la chiave del delitto non sta tanto nella paura di Campria, che non ha sparato solo per quello che Spampinato aveva scritto, ma per quello che aveva intenzione di scrivere sulle trame nere.

Oggi ci resta il ricordo e l’esempio di Giovanni. Esempio portato avanti dal fratello Alberto, che è divenuto giornalista dopo quel tragico 1972, che ha fondato un’associazione (www.giovannispampinato.it) e ha scritto un libro sulla vicenda uscito quest’anno, dal titolo “C’erano bei cani ma molto seri”.

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