Difficile non comprendere il motivo per cui il romanzo della scrittrice francese Muriel Burbery si sia manifestato come il più eclatante caso letterario del 2007. Record di vendite oltralpe, ha presto suggellato un successo gradualmente diffuso sull’intero mercato europeo e, cosa da chiarire in primissima battuta, meritato. Ma se si vuol godere appieno della ricchezza delle sue pagine, si sappia dall’inizio che l’opera mette in guardia da una lettura semplicistica, frivola e completamente spensierata.
LE PROTAGONISTE ED UN GIAPPONESE
L’autrice affida la narrazione alle pagine strappate dai diari delle due protagoniste. Sono Renèe Michel e Paloma Josse. La prima è la portinaia di uno stabile di Parigi abitato da aristocratici, la seconda una dodicenne che con la famiglia abita il terzo piano dello stesso palazzo. Renèe costruisce una sua nicchia socio-identitaria, celando dietro le abitudinarie vesti della portinaia civettuola, tv-dipendente ed ignorante una identità nemmeno lontanamente immaginabile. Completamente autodidatta, subisce il fascino e divora tutto ciò che è cultura e si colloca a debita distanza dai luoghi comuni. Adora la letteratura russa, la pittura olandese e stravede per la cultura di un paese lontano ed antico come il Giappone. Terra che segnerà, e per sempre, la sua esistenza se è vero che l’arrivo del ricco giapponese monsieur Ozu come inquilino del quarto piano farà cadere le maschere di Renèe e di Paloma, oltre ad essere causa del loro provvidenziale incontro. Già, Paloma, quella piccola adolescente che crocefigge sull’altare della sciatteria e del totale vuoto interiore tutto ciò di cui la propria famiglia, ed in generale lo stile di vita tipico degli aristocratici si alimenta. Consapevole del piedistallo intellettuale che la erge dinanzi al piattume che la circonda, il suo essere mosca bianca lo porta ad isolarsi volutamente da quel microcosmo (non solo familiare) che sente tutto tranne che suo.
ESISTENZE PARALLELE
Entrambe percepiscono la loro esistenza priva di una precisa collocazione d’identità. Considerano aberrante la rigidità della gerarchia sociale, rintracciandone lo strumento più comodo adottato dall’uomo per non pensare all’inutilità della propria esistenza.
La duplicità del racconto converge, in prima istanza, nell’evidenziare goffaggini e vacuità dell’alta borghesia francese. E con essa, a finire sbeffeggiato è l’intero sistema culturale occidentale, spogliato delle sue finzioni ed agghindato esclusivamente di superficialità e di un generico quanto discutibile senso del gusto.
IL MODO DI RACCONTARE
La tecnica narrativa si alimenta dell’alternanza fra i racconti di Renèe ed i diari di Paloma. Capitoli spesso contraddistinti dalla brevità, da cui il ritmo della lettura non può che trarne profitto. Incastonate tra le vicende degli inquilini del n°7 di rue de Grenelle ci sono le considerazioni delle due protagoniste. La realtà tanto bistrattata ha comunque i tratti dell’humus, necessario per alimentare pensieri profondi ad amplissimo raggio. Una lo fa da donna, l’altra da adolescente. Entrambe paiono possedere gli strumenti per considerazioni sulla quintessenza dell’arte, sulla filosofia, sulla vita e lo scorrere del tempo. Fra i tanti punti in comune, la sovranità riconosciuta alla parola. La lingua viene celebrata, senza fasti ma degnamente, per la sua ricchezza. Dono quasi divino, clamorosamente svalutato prima e sperperato poi da un quasi-mostro che corrisponde all’identikit dell’uomo moderno. Esternazioni godibili, capaci di offrire veri spunti di riflessione al lettore, senza per questo intralciare la fluidità della narrazione. E proprio questo è un concreto punto di forza del romanzo di Muriel Burbery.
UNA FORZA D’ESPRESSIONE AL FEMMINILE
Alcuni clichè della tradizione occidentale vengono smantellati. L’operazione però viene condotta con garbo estremo. E’ un gioco sottile quanto tagliente. Senza frastuoni muove sensibili spallate alle basi della società globalizzata odierna, tutta votata all’estetica e svuotata del senso delle cose. Sfila dal terreno i chiodi che reggono il tendone del grande circus fallimentare della politica, delle false speranze e delle credenze medievali tramutate in fede religiosa.
Strumento è la potenza della parola, inserita in un’architettura letteraria di pregevole fattura. Ed al termine dell’ultima pagina si ha la sensazione netta che si tratti di un elogio alla forza d’espressione verbale e di pensiero della donna. In tutti i suoi sussulti di debolezza e sensibilità.
