L'osso di Dio

Libro dell’anno 2009, nell’ambito della manifestazione Umbrialibri, assieme a Gomorra di Saviano, L’osso di Dio di Cristina Zagaria, edito da Dario Flaccovio, è un esempio di romanzo che nasce dalla cronaca.

Angela Donato a soli 17 anni sceglie di fuggire dalla famiglia contadina di origine, in nome di un ideale di emancipazione, ma la ricerca di autonomia la condurrà a diventare femmina di mafia. Anche la mafia però è una gabbia e Angela cerca di uscirne.

L’illusione di una famiglia diviene l’unica strada percorribile: nonostante si sfaldi il nucleo familiare, Angela continua a vivere per i suoi tre figli. Santo, il figlio maschio, si attornia di cattive compagnie e si innamora della moglie di un boss, scompare il 10 luglio 2002. Angela farà di tutto per conoscere la verità sulla fine del figlio. E’ un caso di lupara bianca, il primo, in cui vengono ritrovati i resti, la clavicola di Santo, l’osso di Dio,"Di questo strano Dio, fatto di amore materno, fatalità e giustizia terrena”.

La storia di Angela Donato è quella di una donna di Calabria e, prima ancora, di una figlia. Figlia di quella stessa terra che ha dato i natali a Corrado Alvaro.

Il richiamo tra campagna e vita paesana, spesso presente nella produzione dello scrittore calabrese, è un tratto distintivo della personalità di Angela. E, della letteratura di Alvaro e compagni, si avverte quell’urgenza di prender coscienza di un contesto contemporaneo, quello calabrese, in questo caso, in cui la dimensione della cronaca, di finestra aperta sul reale, qui si struttura con la necessità di indagare anche meccanismi e dinamiche interiori.

Un tentativo di comporre una vicenda da terza pagina, fermarla e, farne uno strumento di comprensione e riflessione. Quando la cronaca diventa romanzo, Cristina Zagaria, sceglie di non indugiare troppo sui fatti criminosi, ma pone l’accento sul dramma di una madre, con il risultato che il libro scivola via veloce, tuttavia lasciando nell’animo di chi lo legge la sensazione di averlo già letto.

Storia universale dei figli del Sud (quasi di verghiana memoria) o niente di nuovo tra gli scaffali della letteratura? Il romanzo supportato da un’approfondita inchiesta giornalistica, ha un esito puntuale nella ricostruzione dei fatti, è una letteratura impegnata, ma si avverte la preoccupazione di non romanzare troppo, minando, solo a tratti, con lievi punte di noia, l’equilibrio narrativo tra romanzo e cronaca.

Un realismo noir, dove la storia di quell’Italia più periferica e silente ci viene raccontata con i meccanismi da sottogenere del giallo. Al finale poco consolatorio della vicenda giudiziaria si sovrappongono le fiammelle delle madri calabresi che marciano per i propri figli. Dalla lettura scaturisce la necessità di interrogarsi sul bene, sul male: sulla possibilità di scegliere.

Nella postfazione di don Luigi Ciotti, emerge la convinzione che una scelta sia sempre possibile e l’esempio di Angela ne è una prova. Ma forse, non vanno cercati né i buoni né i cattivi, è la vita, in cui si agisce tra le alternative possibili, in cui sentenze e assoluzioni morali ci appaiono superflue.

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