Recensioni, "Eufrosina" di Licia Cardillo Di Prima

Il romanzo epistolare di Licia Cardillo Di Prima, edito da Dario Flaccovio, prende in prestito l’espediente manzoniano del manoscritto ritrovato( in questo caso, inviato all’autrice da un anonimo) e copre un arco cronologico che va dal1579 al 1584.

Marco Antonio Colonna, vincitore di Lepanto, giunge in Sicilia, nell’aprile del 1577, accompagnato da Donna Felice, sua moglie, e l’anno successivo, in casa di Don Vincenzo Bongiorno, capitano della città, incontra la baronessa del Miserendino, moglie di Don Calcerano Corbera. La bellezza di Eufrosina, paragonata per splendore alle tre Grazie (di una delle quali porta il nome) è fuori dal comune e al contempo è fonte di rovina e dolore.

L'autrice ci parla di un amore folle, loco, quello tra i due, fatto di mille ostacoli, è un fuoco che consuma, è una fiamma che divampa. Amore è nemico e dichiara guerra al cuore, è attesa, è un castigo che fa dell’amato un’alma del Limbo. E’ colpa, è pena e, per questo basta da solo a levare ogni macchia. La gana, il desiderio dell’altra non dà abbento. La gelosia è un castigo divino, una cimice che succhia il sangue fino a seccare il cuore. E’ una malia, un sortilegio, una lastima dell’alma, un sentimento governato dalla sorte che è più cieca dell’amore. E’ un amore gridato che sta sulla bocca dei malparlieri e desta la 'murmuracion della malagente'. Nasce tra sangue e dolore esige sacrifici, anche la morte, si spoglia dell’onore, ha occhi bendati e ali leggere per volare verso l’inferno.

Questa passione esclusiva, che lega Marco Antonio ad Eufrosina, non è certo inappagata, ma, in una certa misura, è rielaborazione e realizzazione dell’amor cortese. E’, infatti, un amore adultero che genera gioia e sofferenza, a cui si unisce il culto della donna vista come essere sublime, sebbene sia la donna, non di schermo ma di carne, che si preoccupa delle maldicenze e vuol tutelare il proprio onore e quello dell’amante.

Accanto a questi ideali, aleggiano quelli cavallereschi, come virtù dell’individuo: la prodezza, il valore in armi, l’onore e la lealtà. Il forte paladino Marco Antonio Colonna come Orlando si innamora e perde il senno, a causa di una 'magaria' che, certo, non è materia bretone piuttosto, connessa ai capricci di una Fortuna senza virtù, su cui è impossibile imporre il proprio volere. Il vicerè di Sicilia, nelle missive all’amata, racconta della vittoria sui turchi, in nome dell’onore, intraprende l’ultimo viaggio alla volta della Corte madrilena, prende le distanze dal sospetto di coinvolgimento nelle morti del marito e del suocero della baronessa del Miserendino e insiste più volte nel sottolineare di agire giustamente in nome del Regno, “Ciò che è bene per il Regno lo sanno solo i governanti”.

Il tema della giustizia, infatti, percorre l’intera opera e diviene occasione di riflessione sulla Sicilia di ieri e su quella di oggi, immagini speculari di un’indentità mai perduta.

"C’è da lammicarsi il cervello a pensare che quelli che devono esercitare la giustizia fanno affari con i delinquenti e sono attaccati a doppio filo con i signori…” Giusto e magnanimo Colonna vuol mostrarsi agli occhi dell’amata, in “…questa terra piena di ingiustizie, i poveri oppressi dai potenti, gli spagnoli e i nobili assai insolenti…non guardai mai all’interesse personale, né buscai nada per me”.

Il dubbio rimane sull’autentica rettitudine del vicerè di Sicilia nell’amministrare la giustizia del Regno che, sembra confondersi con quella personale, come emerge dal saggio “Un amore di quattro secoli fa” che segue il carteggio, a cui si aggiungono documenti tratti dalle cronache del tempo che testimoniano l’ingegno e la creatività sartoriale dell’autrice nel cucire brandelli di storia e trasformarli in vesti romanzate di gran pregio. La baronessa del Miserendino, dal canto suo, crede, come una pastorella, agli argomenti del Colonna, troppo giovane e ingenua nel romanzo, forse, non così innocente nella realtà.

Questa ambiguità di fondo tra bene e male, dove giustizia realizza ingiustizia perché flessibile è il metro con cui si giudica, si palesa nei brani in terza persona che, con vivace realismo, fanno da contraltare a tragiche vicende, la cui catarsi si compie solo con la morte. E’ il caso di Don Pietro Vivacito condannato a morire di mannara con l’accusa di sodomia, mentre per un puro sentimento di identificazione, il vicerè concede la grazia a due amanti, perché diverso l’amore tra un uomo e donna, nefanda la colpa di amare un uomo.

Quasi dantesca la visione della giustizia intesa come punizione corrispondente al peccato, eccolo, dunque, Don Vivacito nel settimo cerchio del terzo girone. Diverse le suggestioni dantesche, a cominciare dalla zotta dell’aguzzino che si scaglia contro i due amanti e pare una coda di diavolo che avvolge l’aria. Coda di diavolo che pare quella di Minosse che "ringhia e avvinghia”, e ricorda la storia di amor cortese del cerchio dei lussuriosi.

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