Catania anno zero, dalle risate al Far West

E anche la mia amica ce l’ha fatta. Brava, auguri, complimenti! Ci sono passato due volte, so cosa significa togliersi il fardello di una discussione di laurea. Ora che siamo tutti più leggeri (la mia amica più di chiunque, è ovvio) e il brindisi è stato fatto, propongo un rinfresco al chiosco di fiducia. Scopro che qualcuno mi ha anticipato nell’ idea, ci accodiamo e come un treno sgangherato attraversiamo piazza Dante. Altri 20 metri e i simpatici proprietari ci accolgono. Due tavolini di là, quattro sedie più a sinistra e sprofondiamo ognuno al nostro posto. Siamo circa quindici ma le ordinazioni sono solo di due tipi, caffè caldo o freddo. Niente granite con briosches, è quasi mezzogiorno e mezza e tra un po’ si pranza sul serio.

Dimentico di far completare il mio caffè freddo con quel nettare chiamato granita alla mandorla. Pazienza. Finisco di sorseggiarlo. Smetto di avere le labbra aride, era ora. Completo una serie di battute che fanno a gara per qual è la più stupida, compiacendomi per l’ennesima volta dell’inenarrabilità del loro successo.

D’un tratto uno sparo, seguito a brevissima distanza da altri tre. Siccome quando sento e non vedo allora immagino, penso alle moschetterie dei ragazzini, spesso sottofondo dei periodi carnevaleschi. Ma è il pensiero di una frazione di secondo.
“Chi fu? Sparanu? Si, si hanno sparato! C’è na carusa n’terra!” Uno più uno fa due, se non è la moschetteria c’è ben poco altro che può sparare in quel modo. Ma non l’avevo mai sentito se non nei film.

Un uomo viene incontro a me, che sono il primo di una tavolata a zig zag, fino a qualche secondo prima allegra: “Tranquilli, tranquilli ragazzi! Hanno sparato, rimanete seduti. Non è successo niente”. Credo non servano commenti aggiuntivi.

Passati i fisiologici (per alcuni) trenta secondi in cui guardi le facce altrui pensando a tutto ed al contrario di tutto, mi alzo per girare l’angolo e vedere. In realtà l’attesa si protrae perché siamo un gruppo nutrito e non so se i miei amici intendono girare l’angolo. E vedere.

Scorgo un uomo alto e robusto che fa il percorso inverso. Viene dal luogo degli spari. Attraversa la strada, trasforma il passo accelerato in corsa e si infila nel piccolo portone di un vicoletto a dieci metri dal mio tavolo.

Ci fa coraggio il capannello che si sta formando all’angolo della strada. Parto seguendo qualcuno della truppa. Qualcuno segue me. Appena giro l’angolo c’è un muro di gente, ma mi dò da fare e vedo una ragazza. E’ lì stesa sul selciato, proprio come avevano detto. Non si muove. Sgomma a sirene spiegate l’ambulanza, polizia e vigili faticano a crearle un varco, perché l’ingorgo di curiosi, finti preoccupati e preoccupati veri è davvero grosso.
Più non voglio guardare e più cerco un buco tra le teste che mi liberi la visuale. Non vedo il volto della ragazza, ma solo dei riccioli scuri. Nel frattempo cominciano i primi tentativi di massaggio cardiaco. Non scorderò il silenzio tutt’intorno. Era un silenzio che faceva un rumore pazzesco.

Qualcuno ha il balcone proprio sopra, si affaccia e chiede delucidazioni. Nel frattempo un poliziotto gesticola con veemenza e grida: “State lontani, lontani! Cos’è, uno spettacolo?”.

Cerco un movimento. Un solo impercettibile movimento che plachi quest’angoscia improvvisa e mi dica che la ragazza è viva. Non lo colgo. Caricata sulla barella, entra nell’ambulanza. In pochi secondi il mezzo si perde alla vista di tutti i presenti.
Sento di tutto: “Dicono che è passato uno col motorino, che ha sparato”. E ancora: “O qualche pazzo o un raptus di gelosia”. Mentre mi dirigo verso la macchina, parcheggiata poco distante capto ancora: “Ma sa pighhiunu macari che carusi ora? Ma cosi re pazzi…”

Metto in moto. Il termometro dell’auto mi ricorda che ci sono 35 gradi, ma nemmeno sento la calura infernale dei sedili. Comincio a fare telefonate. Devo fare il mio mestiere. Non l’ho mai fatto così nauseato e malvolentieri.

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