Cosa c'è da festeggiare?

Ho voluto aspettare qualche ora, quasi 24 prima di iniziare a scrivere: lo so, non sono sul pezzo, la notizia è già bella che passata, assimilata dal costante e inarrestabile flusso di notizie che ogni giorno giungono in redazione, che leggiamo e facciamo più o meno nostre. Ogni mattina, insieme al caffè, consumo un rito: provo a passare in rassegne le notizie del giorno, con lo spirito più o meno recondito di imbatteri nella “notizia”, quell’accadimento che ti fa soffermare, riflettere e perché no choccare, vuoi per emozioni dirette, vuoi per più o meno ampi coinvolgimenti.

Anche ieri questo rito si è consumato, e la notizia sicuramente è di quelle storiche: Osama è morto. Uno dei più grandi terroristi del mondo, uno di quelli che ha messo in scacco tutto il mondo occidentale era stato catturato e giustiziato dai soldati dai corpi speciali della Marina Militare americana, i Navy Seals, specializzati nelle incursioni via terra/mare/aria, infrangendo, di fatto, tutto il sistema di difesa di Bin Laden.
Ma non voglio entrare nelle cronaca dell’operazione: tanto già si sa, o si presume, quello che è successo, molti e forse più autorevoli quotidiani hanno dettagliatamente pubblicato quanto accaduto. Quello che voglio esprimere e raccontare è legato alla prima sensazione, a quella che hai a sangue freddo appena vieni a conoscenza di un fatto. Parto subito dicendo che la morte di Osama non mi ha suscitato nessuna particolare sensazione: nessuna gioia, nessuna soddisfazione. Ho registrato quanto accaduto come una qualunque altra notizia, importante sì, ma senza alcun tipo di slancio particolare, e mi sono chiesto perché? Ho deciso di prendermi del tempo prima di scrivere; volevo capire quali fossero i reali motivi del mio non particolare coinvolgimento. Ho provato a darmi delle risposte. La prima di queste è che non credo che con l’uccisione di Osama Bin Laden la questione di Al Queda e il terrorismo islamico siano di colpo spariti. L’organizzazione criminale, fondamentalista islamica, ha ramificazioni imprevedibili: è sì vero che vi era (vi è ancora? N.d.c.) una proto organizzazione che aveva in Osama il proprio leader e punto di riferimento, ma quante cellule autonome esistono? Quanti Jihadisti pronti ad immolarsi per la battaglia contro i crociati esistono? Può la morte del loro leader, più o meno spirituale, stemperare tutto ciò? Io sono convinto di no: sono convinto anzi che la cultura del “martire”, e la sua iconografia, possa spingere e fomentare tutti quelli che prima erano già pronti ad immolarsi, accrescendo così la loro voglia di “vendetta” contro l’infedele occidentale.

La seconda risposta che mio sono dato è figlia delle scene di giubilo viste nelle strade americane subito dopo la notizia divulgata ai mezzi d’informazione dal presidente Obama: migliaia di americani festanti e gioiosi si sono riversati nelle strade, celebrando con eccessiva verve l’uccisione di Bin Laden, mandante del 9/11. Io solo conosco e riesco a quantificare il legame affettivo che ho nei confronti della città di New York, con i miei occhi ho visto ripetutamente i luoghi della tragedia, i migliaia di nomi affissi al World Trade Center, io stesso ho lasciato un fiore e pregato in quel luogo di morte e di devastazione. Ho visitato e conosciuto i ”Fireman” che sono sopravvissuti al disastro e che per primi si sono recati lì, incuranti del pericolo e spinti da un estremo senso del dovere. Ed è da questi forti sentimenti che voglio partire per dire che quanto visto nell’immediata post uccisione di Bin Laden è riconducibile al tipico contesto socio/culturale che gli americani combattono e tutto il mondo occidentale con loro. Festeggiare la morte di un uomo, bruciandone l’effige è o non è tipica degli scenari medioorientali? Il bruciare le bandiere è o non è quello che tutti noi abbiamo sempre disprezzato? Forse questi festeggiamente da vittoria del SuperBowl sono stati alquanto inopportuni, forse sarebbe stato meglio portare un fiore, ritrovarsi lì dove migliaia di persona sono morte, ricordando i loro nomi, le loro storie pregando, e non imbastendo uno di quei street party che gli americani amano tanto. Ecco perché mi chiedo, ma cosa c’è da festeggiare?

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