Doggie bag, un'abitudine che conviene

Non è per lamentarsi sempre delle abitudini sbagliate degli italiani, ma in effetti quella di non chiedere la doggie bag, è una cattiva abitudine che pesa a tutti.

Imbattendomi sul Corriere, ho letto in proposito il racconto di una giornalista, Maria Teresa Veneziani, che mi ha fatto venire in mente il particolare di una serata trascorsa qualche giorno fa in un noto ristorante di Nicolosi, quando ho richiesto per la prima volta la doggie bag da portare via. Il risotto che ho lasciato era buono, ma dato il mio stato gravidico, avevo qualche problema a finirlo.

Ma, e questo è un pensiero di tutti che prescinde da gravidanze più o meno nauseanti, quanto pesa lasciare sul piatto, in un ristorante o una trattoria, cibi che l’indomani vorremmo ritrovare felicemente sulle nostre tavole, senza l’ansia di rimpianti certi?

Morale della favola, ho provato una certa soddisfazione l’indomani, quando ho tolto la carta stagnola dalla piccola teglia usa e getta fornitami dal ristorante, per mangiare il mio risotto ai funghi porcini.

Non è stato semplicissimo superare l'imbarazzo, compiere ‘l’insano’ gesto e chiedere al cameriere la mia doggie bag. Ecco allora la mancata abitudine, la mancata cultura in Italia della doggie bag. L’attimo di imbarazzo, dopo aver fatto la mia richiesta, sembrava essere superato. Sembrava, ribadisco, poiché, il cameriere mi ha guardato a bocca aperta per qualche istante. “Ah?“ Mi ha chiesto. E a quel punto non era facile spiegare il significato di ciò che volessi. Nonostante parlassimo la stessa lingua, a via di gesti e sguardi e mezze parole alla siciliana, ci siamo compresi e dopo qualche minuto è arrivata lei trionfante: una bella doggie bag in teglia rigorosamente argentata.

Andiamo al dunque, la giornalista del Corriere elenca le apprezzabili iniziative, rigorosamente nordiche, a favore della cultura doggie bag, chiedendosi infine come sia possibile diffonderla e se sia il caso di trovare un nome diverso, tale magari da rendere, anche con forme e colori, il piccolo ‘portapranzo’ da richiedere nei locali una tendenza.

Ora, in effetti la doggie bag, che tradotto significa la borsa del cane, porta un nome del cavolo. Nonostante la poco felice traduzione, soprattutto per chi non ama i quattro zampe, il nome inglese ricorderebbe però un non so che di raffinato.
Si parla di bon ton della richiesta, da quando la moglie del presidentissimo Obama, venendo in Italia, ha lasciato le donne invitate a un delizioso banchetto politico (e non) col fiato sospeso chiedendo di portare via la porzione che non aveva mangiato. Da allora la richiesta è diventata un grande esempio di stile ed eleganza.

Richiedere gli avanzi nasconde infatti anche una bella controbotta al consumismo e alla spreconeria, ben più sciattoni e rozzi di una delicata doggie bag. Un gesto morale. Un piccolo gesto etico che ridà il giusto valore al cibo in un 'pianeta surriscaldato che fatica a trovare nuovi mezzi per nutrirsi' come avverte un recente reportage dal Messico del New York Times e come ricorda la stessa Veneziani.

Ma, e qui vi voglio, richiedere la doggie bag è in ogni caso angosciante per due motivi che si trovano agli antipodi.

Se il gesto si considera una sciccheria, non è facile, per noi umani che a quel pranzo con Obama non eravamo invitati, essere chic. Dovremmo per qualche istante indossare la parrucca di Maria Antonietta e perché no…metterci su uno di quei cappelli baldanzosi e girovaganti al matrimonio dell’anno, per fare la nostra bella parte. Per non parlare poi del motivo opposto, cioè del fatto che in realtà la doggie bag non è altro che il nostro più umile ‘camillino’ e chiederlo ci ricorda le nonne che portano a casa, a mani piene tra dolcini, confetti, menu, bomboniere e bouquet della sposa, i fiori presenti su un tavolo di nozze. Ma, anche questo, aldilà di pregiudizi, potrebbe sembrare un gesto delicato, anche nei confronti della sposa che nota come i fiori siano stati di gradimento, soprattutto alle nonne, che per due rose fresche farebbero carte false pur avendone i balconi colmi.

Insomma, quel che ci chiediamo è la stessa domanda della Veneziani. Preso atto che le iniziative spesso riescano a creare dei tormentoni, a rendere famosi dei bisogni, delle esigenze e dei valori di cui la diffusione era necessaria, come si fa a inculcare la pratica di una mancata abitudine che eppure non dispiacerebbe a nessuno?

Iniziative in tal senso, proprio in Sicilia, presi come siamo da mille altri problemi, non se ne vedono nè se ne sentono, eppure sarebbero gli stessi motivi per cui si tende a non chiedere la doggie bag che dovrebbero, per contro, invitare proprio a chiederla.

Una volta richiesta, vi assicuro che, incinte o non incinte, prenderete l’abitudine. Non solo sembrare chic per chiunque non è poi tanto male, a maggior ragione senza parrucca e nella facile e comoda finzione di conoscere questo e altri termini anglosassoni (che ha sempre un suo perché) ma anche, aldilà del cibo presente nell’etere, perché, inutile nasconderlo, per tirchi e non tirchi e soprattutto per noi siciliani, che siamo alla frutta, godersi quasi due pranzi allo stesso prezzo, scusate il vecchio tormentone, non ha veramente prezzo.

blog comments powered by Disqus
Inizio pagina
Home  >  Opinioni