Il diritto capriccioso dell’Unione Europea

Circa dieci giorno orsono, il tribunale di Catania ha sollevato la questione di legittimità costituzionale sulla parte della legge 40 che vieta la fecondazione eterologa, quella con seme o ovuli che arrivano da donatori esteri. Una sentenza che ricalca in parte quando già stabilito con sentenza del tribunale di Firenze agli inizi del mese di ottobre.

Si tratta di pronunce di giudici italiani che traggono spunto e legittimazione dalla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che in Aprile 2010 con cui veniva estesa la tutela dell'articolo 8 della Convenzione Europea, sulla tutela della vita privata e familiare, anche al rispetto della volontà di chi decide di diventare genitore ricorrendo alla fecondazione come unico sistema per superare i problemi che incidono sulla fertilità.

I giudici europei hanno messo così un limite alla discrezionalità concessa agli stati in tema di fecondazione medicalmente assistita, affermando il divieto di discriminazione tra persone che si trovano in situazioni analoghe.

Nessun obbligo dunque di adottare norme che consentano la fecondazione, ma laddove è ammessa la fecondazione omologa non può essere giustificato il no alla fecondazione eterologa.

E' dunque aperta anche in Italia la strada dei ricorsi contro la disparità di trattamento bocciata dalla Corte di Strasburgo.

Prendiamo il caso di due coppie che non possono avere figli naturalmente, di cui però l’una può ricorrere alla fecondazione in vitro con propri semi e ovuli (omologa), l’altra ha bisogno di donatori esterni (eterologa) ebbene la Corte Europea ritiene discriminatoria una norma come quella presente all’interno della Legge 40, sottoposta al referendum dell’estate 2005, che consente la fecondazione omologa (con seme e ovuli della coppia) negando invece la possibilità di ricorrere a ovuli e spermatozoi di donatori esterni; ciò in quanto una norma del genere violerebbe il principio di eguaglianza.

Secondo questi arguti giuristi le due coppie si troverebbero in una situazione analoga, regolata arbitrariamente in modo differente dalla legge.

Invero trattasi di una errore grossolano quanto doloso.

Come si può affermare che versano in situazione analoga la coppia che non deve ricorrere a ovulo e seme di terzo con quella che necessita di tale “donazione”?

Non c’è alcuna analogia di situazione è questo è una dato chiaro, palese, ineliminabile.

Il sofisma compiuto dalla Corte Europea ricalca l’ignoranza giuridica di questo tribunale ideologico nonché la propria ispirazione radicale ispirata al desiderio/diritto.

Ma è possibile che l’ipotesi di un figlio con quattro pseudo genitori quale risultato della fecondazione eterologa non desti qualche preoccupazione nelle nobili menti di questi giudici parrucconi di Strasburgo e dei loro seguaci nostrani?

Il ragionamento che viene posto dalla Corte Europea parte da questa domanda:
Perchè di due coppie che non possono avere figli una può realizzare il proprio desiderio e l’altra no?
È chiaro che il prossimo necessario passaggio che si porrà è quello che riguarda le coppie omosessuali:
Perchè la coppia eterosessuale potrà ricorrere alla fecondazione eterologa e la coppia omosessuale no?
Altra discriminazione...

Un figlio non è un diritto, nè un giocattolo.

Desiderare un figlio è legittimo, come sono astrattamente legittimi molti umani desideri; tuttavia il diritto non può occuparsi dei desideri, si tratta di un campo che non gli compete.

L’oggetto del diritto è ciò che giusto, ciò che è bene, ciò che non viola i diritti fondamentali di ogni persona, anche quando questa è indifesa, nella pancia materna o in vitro.

È legittimo desiderare l’agiatezza economica, ma, come è ovvio intuire, ciò non può costituire un diritto.

Cosa farà la nostra Corte Europea accoglierà il ricorso del cittadino che chiederà il diritto ad avere lo stesso conto in banca del proprio vicino? Perchè non vedere anche lì una discriminazione tra persone che desiderano entrambe il benessere economico?

Trasformare il desiderio in diritto è cosa di per sé pericolosa, foriera della peggiori ingiustizie.

È interessante la disamina che Roger Scruton, uno dei massimi filosofi di orientamento conservatore del nostro tempo ha offerto delle istituzioni Europee nel discorso tenuto alla Camera dei Deputati il 15 ottobre 2010:

«Noi europei apprezziamo la democrazia poiché ci dà la possibilità di tenere sotto controllo i governi a cui siamo soggetti. Riusciamo a figurarci ben pochi mali peggiori di un governo che sia invece esso a controllare incontrollatamente noi. Ciò nonostante, la maggior parte delle leggi che ci vengono imposte dall’Unione europea vengono oggi scritte e varate da burocrati che nessuno ha mai eletto e che a nessuno rendono conto dei propri errori. Alcune delle decisioni più importanti che pesano sulle nostre esistenze promanano dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, un organismo composto da giudici non eletti molti dei quali provengono da paesi privi di una solida tradizione di stato di diritto. Voi italiani ne avete fatto recentemente esperienza quando è stato deciso che il crocifisso dovesse essere rimosso dalle aule scolastiche giacché ritenuto lesivo appunto dei diritti umani. La maggior parte di noi, dunque, a fronte delle irreversibili “direttive” emanate a migliaia dalla Commissione europea e delle “sentenze” pronunciate per ragioni ideologiche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, considerano tutto questo una vera e propria minaccia per la democrazia, eppure sembra non esistere alcuna riforma di quelle istituzioni in grado di ovviare al problema. Senza che nessuno lo volesse, noi europei siamo giunti a un punto in cui la maggior parte delle leggi che ci riguardano vengono imposte da persone che nessuno ha mai eletto e che non rispondono affatto dei propri errori.

(...) Il lato problematico di questo approccio è che esso ignora il fatto da cui dipende la legittimità di ogni democrazia: il fatto dell’identità nazionale. In una democrazia, i cittadini si identificano come parte di una prima persona plurale: un “noi” fondato da una eredità e da una storia, evidente nella lingua, nella religione e nell’attaccamento al territorio e alla comunità. In Europa, questo “noi” è un “noi” nazionale, ed è in nome di esso che gli uomini politici possono ottenere il consenso delle persone in merito a decisioni politiche che a breve termine possono pure danneggiarle. Gli italiani vogliono un governo che difenda e promuova l’interesse nazionale italiano. Non vogliono un governo che promuova l’interesse di un ceto politico internazionale o quello di una rete globale di multinazionali. Ma il numero delle leggi nazionali che quel ceto politico internazionale impone loro sotto la pressione degli interessi economici che lo influenzano cresce di continuo. Cosa fare? E’ mio parere che in assenza di cambiamenti radicali la Ue entrerà in un periodo di crisi. Le sue decisioni verranno disattese e respinte in numero sempre maggiore, e le persone faranno di tutto per riconquistare i poteri erroneamente consegnati a essa. In un modo o nell’altro, la Ue deve insomma cessare di essere un agente della globalizzazione per divenire un centro di resistenza a essa: un modo, cioè, d’imporre l’ordine politico all’entropia sociale ed economica. E penso che questo potrà accadere solo attraverso la restaurazione della sovranità nazionale in tutti gli ambiti in cui essa è andata persa, ancorché come ciò possa essere concretamente fatto è materia da uomini politici, non da semplici filosofi».

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