"Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe. Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno gli indizi. A chi dunque compete fare i nomi ? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma insieme non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale".
Con queste durissime parole Pier Paolo Pasolini nel novembre del 1974 firmava un attacco, sul Corriere della Sera, alla classe politica del tempo la quale, secondo il contestatissimo intellettuale, sapeva e taceva sulle stragi che avevano insaguinato l'Italia.
A distanza di trentasei anni il copione é più o meno lo stesso. Ci sono state altre stragi che hanno un'isola facendola diventare rosso sangue: il 23 maggio e il 19 luglio 1992 i giudici Falcone e Borsellino pagarono con la vita la loro lotta spietata alla mafia.
Da quei tragici fatti ne sono accadute di cose: tangentopoli, la fine della prima repubblica, l'ascesa di Silvio Berlusconi, la cattura di alcuni boss di spicco e il pentitismo diffuso.
C'è chi di mestiere si incarica di tessere trame oscure, specializzato in dietrologia. C'è chi ha trovato un filo rosso che lega gli omicidi di Falcone e Borsellino alla discesa in campo di Berlusconi e alla fine della prima repubblica. C'è chi accusa i servizi segreti, c'è chi si chiede che fine abbia fatto l'agenda rossa di Borsellino mai trovata, c'è chi si chiede quale sia stato il ruolo di Bruno Contrada, il superpoliziotto su cui si adombrano molti sospetti.
Tutti questi interrogativi e misteri nascono da una matassa indubbiamente troppo ingarbugliata. Attori principali della nebbia fitta creata ad hoc per depistare sono sempre i soliti: la mafia e la politica.
Le recenti sentenze parlano chiaro. Marcello Dell'Utri, deus ex machina di Forza Italia, é stato riconosciuto colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa per i fatti commessi prima del 1992.
La corte ha invece assolto Dell'Utri limitatamente alle condotte contestate commesse in epoca successiva al 1992, perché «il fatto non sussiste», riducendo così la pena da nove a sette anni di reclusione.
In soldoni Dell'Utri ha avuto contatti con Cosa Nostra ma non c'è stato, dopo il 1992, un patto tra politica e criminalità mediato dal politico palermitano. Viene così dato un colpo di spugna alle dichiarazioni di Spatuzza che accusavano il senatore e all'impianto accusatorio di molti media e giornalisti che vedevano una trama politica e non solo mafiosa dietro le stragi del '92.
Siccome il rispetto del diritto dovrebbe essere vitale in un paese civile è incontestabile il fatto che questo capitolo, lungo e pieno di interrogativi, della vita di Dell'Utri si chiuda. Ma non deve chiudersi la ricerca della verità, la voglia di conoscere tutti gli attori che hanno voluto e organizzato le stragi, le "menti raffinatissime" di cui parlava Falcone dopo l'attentanto fallito alla sua casa al mare dell'Addaura.
Il presidente dell'Antimafia Pisanu, pidiellino doc, ha parlato di "un patto tra clan, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni e mondo degli affari e della politica dietro le stragi".
Non c'è oggi un Pasolini che affermi con vigore di sapere, non c'è nemmeno una politica che prenda posizioni nette sulla vicenda. Per chiarire questo ennesimo capitolo del grande romanzo delle stragi occore solamente la voglia di sapere.
