Libia, azione militare unica via
La guerra si sa, non piace a nessuno: a chi, con coscienza, piace bombardare per il solo gusto di farlo? A chi piace riceverle quella bombe in testa? Causare inevitabili vittime, diffondere ansia e panico, a nessuno, ripetiamo, con coscienza, piace. Quello che stiamo vivendo in queste ore è una situazione di reale difficoltà e per certi versi di reale imbarazzo: i missili, Tomahawk per la precisione, cominciano ad esser lanciati a poche miglia di distanza dalle nostre coste, in direzione Tripoli, Libia, dalle navi americane e inglesi e dai caccia francesi, in allerta ci sono le basi di Sigonella, Trapani e Lampedusa. Inutile nasconderci dietro un dito: la guerra è dietro casa nostra, la guerra forse sarà in casa nostra.
Da più parti leggo opinioni e commenti su quello che sta accadendo in queste ultime ore. I sentimenti sono diversi ma riconducibili alla stessa linea guida: a predominare è l’opinione contraria a questa guerra, la paura di eventuali ritorsioni contro l’ Italia da parte di quello che è un sanguinario e pazzo comandante libico. C’è addirittura chi, per difendere le proprie ragioni anti-interventiste, scomoda la nostra Costituzione, magari risalendo a qualche erudita citazione frutto del ricordo sbiadito di un libro aperto o di un esame dato prima dell’incipiente calvizie. In realtà la domanda che dobbiamo porci lucidamente è una sola e parte dall’assunto di voler una volta per tutte cacciare il Rais Gheddafi, che ha messo in ginocchio e umiliato ogni forma di democrazia in Libia, calpestato tutti i diritti umani, rinchiuso nelle patri galere gli oppositori di quella che questo pazzo chiama “rivoluzione”: qual è l’alternativa all’intervento militare?
Facciamo esercizio di fantasia e supponiamo che ci possa esser una risoluzione del problema che non preveda azioni di forza: “Caro Rais, tu che per quasi 40 anni hai vessato il tuo popolo rendendolo succube ai tuoi desideri e privandolo della minima libertà, puoi gentilmente farti da parte e iniziare un processo di democratizzazione del tuo paese?”. Una domanda, questa, che un lettore intelligente definirebbe retorica. Ed è proprio da qui che bisogna partire per comprendere la situazione: se vogliamo tutti noi dare un futuro alla Libia, ridare orgoglio e dignità alla sua gente, questa azione è necessaria, oserei dire indispensabile. Non possiamo nasconderci dietro la retorica del “No, alla guerra” e contemporaneamente dire “Libertà per il popolo libico”: è un ossimoro concettuale, un’impossibilità oggettiva. Se vogliamo che si inizi, a poche miglia dalle nostre coste, un processo di democratizzazione questa è, ahimè, l’unica via: Gheddafi e il suo clan, non avrebbero mai abbandonato la Libia in virtù di una volontà democratica.
Nessuna rivoluzione, nessuna, è mai stata fatta con i fiori: quando si è dovuto cacciare un oppressore, sovvertire un regime, non lo si è mai fatto intorno ad un tavolo, parlando come buoni e vecchi amici, l’azione militare è sempre stata oggettivamente indispensabile: basti pensare, per non andare troppo indietro nella linea cronologica del tempo, alla caduta del regime comunista, alla fine dell’oppressione dei popoli dell’Unione Sovietica, alla caduta di Saddam e alla liberazione del popolo iracheno: in nessuna di queste occasioni si sono lanciate rose o tulipani per riportare la democrazia e la libertà. In questo momento l’unica cosa che dobbiamo, noi tutti fare, è sperare che questa azione militare in atto possa durare il meno possibile, che il numero delle vittime sia il più esiguo possibile e che finalmente il popolo libico, possa finalmente ottenere quella libertà che desidera, cacciando quel Gheddafi che ha ridotto in miseria un popolo che vive da sempre in una delle terre più ricche del mondo.
