Quanto costa essere terroni
Mafia, miopia imprenditoriale, mala-politica, inciviltà. Alcuni dei tanti fattori che spingono la Sicilia sempre più in basso. Siamo coscienti che noi, in primis, siamo causa di quell’inarrestabile declino già patito dai nostri nonni e sofferto dalle giovani generazioni.
C’è un antico proverbio che recita: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”. E noi terroni ne prendiamo atto, soffriamo in silenzio, certamente non imputiamo colpe ad altri popoli o ad altre “razze”. Sappiamo cosa ci contraddistingue, ce ne vantiamo, e quando è il caso ce ne vergogniamo.
Purtroppo, al giorno d’oggi, non bastano le nostre azioni a punirci, la nostra mentalità a sopprimerci.
C’è una classe dirigente, proveniente dalle più fiorenti realtà del Nord, che puntualmente ci discrimina, che quotidianamente prende gioco di noi e ci disprezza.
Non c’è distinzione. Da Roma in su, politici, editori, giornalisti, imprenditori ci lanciano accuse pesantissime e spesso immotivate.
Ciò che più stupisce è la loro mancanza di coerenza.
Quale credibilità avrebbe un politico che addebita il regresso italiano esclusivamente alla nostra terra ma si abbronza sulle nostre meravigliose coste? Che dignità hanno quegli imprenditori che prima speculano con i nostri fondi ma successivamente investono nel triangolo industriale o addirittura all’estero? Che volti hanno quegli editori che mostrano la cruente quotidianità del Mezzogiorno senza mai dedicare alcune righe alle piccole e grandi gioie simbolo di un nostro riscatto?
Da sin troppo tempo attendiamo una risposta. Sarebbe più opportuno che i nostri amministratori e i cittadini tutti, da sempre silenti e indifferenti (per quale motivo?) comincino a manifestare la propria indignazione verso tali atteggiamenti.
L’articolo pubblicato alcuni giorni fa sull’autorevole quotidiano ligure “Il Secolo XIX” si inserisce a pieno titolo su tale campagna di screditamento da noi subita.
Il contenuto è meramente sportivo, le parole usate sono pesanti. Già si evince tutto dal titolo “Polli avariati e calcinacci com’è dura giocare al Cibali”, in cui vengono sciorinati alcuni dei momenti più tristi del nostro calcio catanese, dagli anni ’80. Lasciando da parte eventuali fantasie del giornalista, ciò che trapela è sicuramente un’immagine differente dalla realtà. Per il lettore lontano dalla città, i cittadini, i tifosi e i dirigenti del Catania sarebbero dei vandali, delinquenti e corrotti (si legge: “Ci sarà pure un motivo se il Catania in questa stagione ha fatto in casa 25 dei 29 punti che ha in classifica” o ancora “irruzione catanese nello stanzone dell’arbitro” riferendosi all’ultima partita in casa col Genoa).
Perché si sa “a forza di dire una bugia, si finisce col crederla una verità”. Ricordare quindi esclusivamente fatti spiacevoli (vere o false) senza elogiare la tifoseria degli ultimi anni (tra le più corrette d’Italia) appare davvero aberrante.
Paghiamo ancora quel triste 2 febbraio? Ebbene si.
La geografia ci discrimina; non siamo nè a Milano né a Roma, dove le esaltazioni di vandali sono quotidiane. Impavidi e a viso scoperto fanno quel che vogliono perché coscienti della loro impunità, consapevoli di far parte di quell’elite calcistica protetta dai politici, dagli imprenditori e dall’editoria (giornali e tv, in primis). Perché c’è una Giustizia di Sud ed una Giustizia di Nord.
Non c’è più tempo di stare in silenzio, quindi. Che si cominci a denunciare questo semplice accaduto attraverso una presa di posizione della dirigenza, dei nostri amministratori e della società civile. La testata giornalistica avrà almeno la dignità di chiedere umilmente scusa? La risposta appare scontata.
In questo periodo si celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia, avvenuta grazie al sacrificio e alla volontà dei nostri antenati di cui lo stesso Benigni ci ha ricordato poco tempo fa.
Giorni di festa in tutta Italia e spirito patriottico. Ma una domanda sorge spontanea: l’Italia è veramente unita?
