Flickr

Rosalia come Agata tra sacro e profano. Il Festino visto da Catania

“E leviti stu berrettu, ca sta passannu a santa!”. Il silenzio rotto da un urlo lontano che credevo di devozione, poi il primo incrocio con gli occhi di quella statua che non mi guardava, ma mi piaceva credere che almeno mi sfiorasse. Una campanella, la santa pian piano che mi voltava le spalle quando non avrei ancora voluto. Oggi che Palermo ha festeggiato la sua Santuzza rievoco il mio personale “battesimo” con S.Agata e il suo culto.

LA STORIA E IL BISOGNO DI CREDERE
Quanto sono simili questi due popoli. Si alimentano delle storie di due fanciulle, le cui vite si perdono nella notte dei tempi. Non sanno nemmeno se ciò che gli è stato tramandato sia storia o leggenda, perché il confine tra le due è irriconoscibile. Rosalia che fuggì gli agi della nobiltà e morì eremita sul monte Pellegrino. La ricca possidente Agata che difese la sua purezza e consacrazione a Dio sino al martirio. La peste debellata dalle reliquie della giovane palermitana, la lava fermata decine di volte dal velo della martire catanese. Non importa che tutto questo sia fantasia o realtà. Importa avere qualcosa a cui credere, a cui appellarsi, a cui fare i propri voti e in cui sperare. Perché due popoli come quelli di Palermo e Catania non sanno vivere senza speranza.

DIVERSE COSCIENZE
Mentre la mia santa giace beata nella sua cella al Duomo, dò il via libera alla fantasia per issarsi dall’Etna sino al monte Pellegrino. Dalle sue pendici giungono voci di una Palermo arrabbiata per un Festino sottotono. Pochi soldi, pochi concerti, pochi ghirigori al carro che porta la Santuzza in processione. Poco, troppo poco, ad alcuni palermitani non basta. Pure la tradizione popolare è andata a farsi benedire. Tutto ciò non è degno di Santa Rosalia. C’è anche un’altra coscienza di Palermo, opposta alla precedente. E’ quella che il Festino nemmeno lo vorrebbe, perché non ha una casa, o perché è sommerso dalle “munnizza”. Ed allora pensa sia meglio prima dare una casa a tutti i figli di Rosalia, e poi festeggiarla. Anche Lei sarebbe più contenta.

Mi viene allora facile immaginare i mugugni del popolo catanese, all’annuncio di un 5 febbraio senza fuochi al Borgo, o con i ceri dimezzati perché l’indomani i netturbini senza stipendio si rifiutano di rimettere a lucido la via Etnea. La delusione sarebbe la stessa, mista al disincanto di chi crede non sia più tempo di miracoli, né di aspettarli. E che dunque investirebbe prima tempo e denaro a risollevare una città in ginocchio, e poi penserebbe ad altro.

CON GLI OCCHI DI UNO STRANIERO MA NON TROPPO
Quel Festino mi è sempre parso un po’ più profano del nostro. Più colore, la banda appresso la Santuzza, il carro che tanto mi sa di carnevale. L’inevitabile gioco di confronti mi fa dubitare che loro abbiano gli stessi fuochi che illuminano il Borgo a Catania, o quelli meravigliosi e sinfonici della “sera del tre”. Prima o poi però raccoglierò l’invito ad assaggiare i “babbaluci a picchi pacchi”. Ma da catanese non posso non sorridere a questa parola…

Colleghi ed amici palermitani mi confermano che i fuochi belli e spettacolari anche loro ce li hanno, e non sono da meno. Ma confermano anche che “al Festino di Santa Rosalia, rispetto alle festività agatine, è più palpabile una vena profana. O meglio è la tradizione che ha tramandato rituali poi sempre più distanti dalla questione di fede. C’è più la ricerca dello sfarzo, dello spettacolo, della maestosità e dell’effetto scenico. Non è un caso che a Palermo ci sia una sorta di direttore artistico del Festino, per giunta del Nord, manco si dovesse organizzare un festival o una rassegna teatrale”.

LA SOLENNITA' DEL BIANCO E LO SFARZO
“Io invece ho sempre visto più rigore a Sant’Agata – mi confida un cittadino palermitano al telefono - non foss’altro per l’ordine che a distanza trasferisce quel fiume di devoti col sacco bianco. Qui la banda precede il carro di Rosalia, e poi ce ne sono altri più piccoli con raffigurazioni della sua vita e dei suoi miracoli. Il sentimento di devozione è lo stesso, per carità. Anche qui la città si ferma, ma ad esempio quest’anno si è avvertita molta meno partecipazione per un clima avvelenato da tensioni politiche e ripercussioni sociali con strappi evidenti”. La convinzione è che sia stato un buon segnale, perché forse Palermo si sta rendendo conto della situazione e lentamente si sta svegliando”.

TUTTI DEVOTI TUTTI?
E a Catania le coscienze sono sveglie? I momenti di cristianità invocati dalle istituzioni allorquando di celebra Sant’Agata non si sgretolano forse già alla mattina del 6 febbraio?
Chissà se anche a Palermo sono “tutti devoti tutti”. Chiaro che no, esattamente come sotto l’Etna. Le mille piaghe delle due città fanno sì che si vestano di devozione un po’ tutti. Lestofanti, gente per bene e corrotti. Tutti nello stesso recinto per qualche giorno. Poi a briglie sciolte per l’anno intero, come nelle mille contraddizioni di una terra devota, maledettamente bella e corrotta.

Come i popoli di due città antagoniste più che mai e simili ancora di più, che si beccano per qualsivoglia aspetto. Ma mai si sognerebbero di lambire d’offesa la sacralità delle opposte Sante Patrone. Due popoli che dovrebbero smetterla di sperare nei miracoli, ma che senza speranza non sanno vivere.


blog comments powered by Disqus
Inizio pagina
Home  >  Opinioni