Santa Polenta! Dopo Aprile, arriva Demarco
Oh, no! ci risiamo. Santa Polenta! Dopo «Terroni» di Pino Aprile, arriva in libreria anche «Terronismo» di Marco Demarco. Per colpa di questo titolo - fastidiosamente inventato di sana pianta - più d’uno continua ancora a scambiare l’Autore, addirittura, per un «polentone», per un «bauscia» dal dente avvelenato contro il Sud.
Non è così. L’Autore è meridionalissimo, napoletano doc, un brillante giornalista. «Perché mai, allora, avrebbe usato questo titolo a senso unico, tipico del leghismo nordico; un titolo che - per assonanza - lambisce fra l’altro il termine “terrorismo”?». Chi lo sa! Probabilmente, per fare in modo che anche quei padani elettori del Carroccio (che non hanno mai aperto in vita loro un libro, ad eccezione dell’elenco telefonico) corressero in libreria a gambe levate, per «inzupparsi il biscotto», come già successe con la geniale opera di Pino Aprile, altro scrittore meridionale, pugliese trapiantato a Milano.
Si racconta, infatti, che in occasione dell’uscita del suo libro, intitolato «Terroni» (che, come si sa, riguardava più o meno lo stesso filone), in un piccolo paese del Trevigiano un barista si premurò subito di andare a comprarlo, proprio per via di quel titolo così «allettante»; per il solo gusto di poterlo esporre nel suo locale, senza che né lui e tantomeno i clienti si degnassero mai di leggerne almeno una riga.
Un bel successo editoriale, non c’è alcun dubbio. L’argomento tira... e quando fa «cassetta», come si dice in gergo teatrale, poco importa tutto il resto.
Sicché, anche Demarco ora ci riprova. Con il suo saggio, fresco di stampa, s’interroga sul perché l’«orgoglio dei meridionali» e il «pregiudizio nordista» stanno spaccando l’Italia in due. L’autore partenopeo (più «parte» che «nopeo», a dire il vero) tenta di descrivere questa «nuova malattia italiana», alimentata dal «disprezzo del Nord per i meridionali» e dall’«esasperato» orgoglio degli stessi abitanti del Sud.
Evitiamo in questa sede, ovviamente, analisi o risposte troppo impegnative. Dopotutto ci vorrebbe un libro molto più voluminoso di quello di Demarco, per poter «curare» seriamente (senza satireggiare) tutti i «pruriti» padani, dall’A alla Zeta. Ci vorrebbe, in pratica, un volumone; un grande libro costituito da almeno tre tomi. Di titoli ce ne sarebbero a iosa.
A Roma, alcuni proporrebbero d’intitolarlo, pensate un po’, non «Polentoni» ma addirittura «Buzzurri», «Buzzurri padani»; termine che fra l’altro viene usato spesso (confidenzialmente) anche dalle stesse persone del Nord, ogni volta che gli si presenta l’occasione di commentare qualche manifestazione (folcloristica) della massa sventolante bandiera verde. «Ogni volta che vedo la buzzurraglia leghista in tv, con quegli addobbi stravaganti addosso», dice un’elegante signora dei Parioli, «non vi dico le risate che mi faccio. Tutto sommato: sono dei simpaticoni, dei buzziconi che fanno ride’».
Il termine «Buzzurro», piuttosto diffuso ormai dappertutto, al punto che sta definitivamente sostituendo quello di «Polentone», d’altro canto, non è né nuovo né inventato come il titolone del fantasioso Demarco. Quello di «Buzzurro» è un termine molto antico, col quale venivano soprannominati coloro che dal nord Italia, un tempo, si spingevano fino a Roma nel periodo invernale per vendere la polenta o le caldarroste. Dopo l’unificazione di Roma all’Italia e la sua designazione, il termine fu popolarmente utilizzato per indicare le genti provenienti dal Nord Italia al seguito della corte sabauda. A Roma, già nel 1871, vennero censiti ben 6.662 buzzurri. Ma dei Buzzurri del Nord si parla già nel 1848 nella prima opera teatrale in dialetto romanesco dedicata all’ormai famoso «Rugantino». Buzzurro, in romanesco si dice «Buzzuro», pr.: «bbuzzùro».
Orbene! Dopo questa salutare rinfrescata di memoria, eccoci al dunque. Visto che il leit motiv del libro di Demarco è rappresentato dal «pregiudizio nordista» nei confronti dell’«Orgoglio dei Meridionali» non sarebbe stato molto più saggio, se l’autore lo avesse intitolato «Padanitudine» o, magari, «Buzzurrismo a Nord e terronismo a Sud»? Sarebbe stato - di certo - più equo, secondo il parere di molti.
La nascita di un volume dedicato alla «Padanitudine» e al «Buzzurrismo in camicia verde», comunque, non si sa mai, non è da escludere. L’idea a quanto pare potrebbe prendere forma, per mettere in chiaro una buona volta le cose tra Nord e Sud e per spiegare (anche ai vari Demarco) i motivi del grande Orgoglio dei meridionali. Ci sarebbe altresì da ricordare, ogni volta che si parla di «due Italia», che la prima vera Italia nacque proprio al Sud (in Calabria) al tempo della Magna Grecia, quando colà regnava Italo, re degli Enotri, colui che - in pratica - diede il nome a questa bella Nazione.
Uno scrittore, che diamine!, avrebbe dovuto tenere conto, almeno di questo, prima di meravigliarsi dell’Orgoglio dei Meridionali. Orgoglio che peraltro è sempre esistito e che oggi, a buon ragione, va sempre più crescendo.
Ma bisogna pubblicare un libro per dire tutto questo a gran voce? Suvvia, ma vale la pena arrivare a tanto? Al Nord, d’altronde, chi potrebbe parlare di «terronismo»? Il popolino, la bassa plebe, coloro che purtroppo si distinguono per ristrettezza mentale, per scarsa cultura, ecc. E la Gente del Sud dovrebbe scendere al livello di coloro che coltivivano, assieme al granturco e alle castagne, pregiudizi sul Mezzogiorno sol perché dimostrano incapacità nel riconoscere il valore degli altri? A cosa servirebbe un libro del genere? Per fregargli la parte?
Perdersi in chiacchiere e allusioni da comari (come avviene di sovente a Radio Padania, dove la canzone più richiesta è proprio «l’uselin de la comare») sarebbe un atteggiamento non solo poco virile ma tutt’altro che colto e signorile.
Il buon Demarco scrive che «Il pregiudizio leghista s’oppone all’orgoglio del Meridionalismo». Bene! E chi se ne frega! Non sarà mica la Lega di Bossi a smorzarlo! Non sarà certo la «filippica» intrisa di sugna immorale («sugna» che gratuitamente qualche lumbard - o presunto tale, in quanto oriundo - vorrebbe far colare sul Meridione al posto di risparmiarsela per ungere le ruote del Carroccio) a impedire che i Meridionali continuino a tirar fuori tutto il loro orgoglio.
Quelli della Lega (non tutti, per la verità, in quanto al suo interno c’è gente che merita stima e rispetto per l’intelligenza dimostrata) sono ormai abituati a spararla grossa da tempo. Non lo fanno con convinzione o per cattiveria. Il loro scopo è solo quello di fare incetta di voti in Valpadana. Ecco il motivo per cui taluni predicano in un modo e razzolano in un altro. Parlano male del Sud quando sentono che in questa importante area del Paese il latte viene usato per fare le mozzarelle, ma se poi scoprono che al Nord il latte viene invece utilizzato per altri scopi meno nobili («quote latte», ecc.) eccoli pronti a nascondere la loro polvere sotto il tappeto. Per qualche settimana provano a distogliere l’attenzione con qualche altra boutade. Poi, rieccoli di nuovo alla carica: «il Sud di qua, il Mezzogiorno di là», tirullalléro e tirullallà.
Cosa rappresenta la loro tiritera, il loro linguaggio da trivio? Niente! «È la scusa pe’ campa’!», avrebbe detto Petrolini.
