Bamboccioni, si sono presi tutto
L'Istat, nel suo recente rapporto, ha fotografato una realtà particolarmente deprimente per i giovani italiani, in particolare quelli del nostro mezzogiorno.
La "questione meridionale" non è stata ancora risolta: il brigantaggio di una volta è la mafia di adesso, la mancanza di lavoro che faceva emigrare c'è ancora, le infrastrutture sono inadeguate e la sanità è degna di un paese africano, tranne qualche eccezione.
Ciò che si evince dal rapporto è lo scoraggiamento e l'apatia che prevalgono tra i giovani. Il nostro paese si distingue per un appellativo, coniato in maniera imprudente, dall'allora ministro Tommaso Padoa Schioppa: bamboccioni.
Questi ultimi sono i ragazzi, tra i venti e i trent'anni, che vivono ancora in famiglia, non studiano più, non hanno un impiego e nemmeno lo cercano, certi delle coccole di mammà e del buffetto di papà quando torna a casa la sera.
Ma la realtà non è così semplice come si vuol fare apparire. Anche l'Istat ha chiesto che il termine bamboccioni venga abrogato perchè "banalizza" una questione problematica.
Analizzando i dati il numero di bamboccioni, a partire dal 1983, si è triplicato. I ragazzi stanno a casa, però, o perchè proseguono negli studi o a causa di un lavoro mal pagato che non consente loro di essere completamente indipendenti. Solo il 31% di loro sta a casa per una scelta volontaria.
E' pur vero che oltre un milione di giovani al Sud si possono definire, Istat docet, dei Neet: cioè dei ragazzi, tra i 15 e i 29 anni, che non lavorano nè studiano e "campano" sulle spalle dei genitori.
La solita lagna meridionale è: "Ma cosa fa lo Stato per noi?". E, per certi versi, fa ben poco. La precarietà, la flessibilità hanno introdotto un lavoro che diviene sottopagato e umiliante.
Bamboccioni lo si è per forza, non per scelta. Pensiamo ai circa 22mila precari degli enti locali in agitazione proprio in questi giorni.
Sono ormai ex - ragazzi che hanno vissuto per venti anni in attesa della tanto sospirata stabilizzazione. O pensiamo ai milioni di laureati meridionali che si ritrovano schiavi
di un call center per otto ore al giorno, o pensiamo ai diplomati che girano l'Italia cercando un concorso pubblico. Pensiamo alle clientele politiche che hanno creato un precariato insostenibile per la Regione.
Pensiamo che la generazione del "bay boom" si è presa troppo, forse tutto, compromettendo il futuro delle nuove generazioni. Pensiamo che la Costituzione dice che la Repubblica è "fondata sul lavoro"...forse solamente quello dei genitori.
