Intervista ad Enzo Bianco: Progetti idee e speranze per una nuova Catania

La scorsa settimana abbiamo avuto la possibilità di poter incontrare il senatore Enzo Bianco. Questi giorni di caldo asfissiante non ci hanno tolto la voglia di parlare e di discutere di argomenti importanti e seri come quelli della situazione politica catanese ed italiana.

Cresciuto alla scuola di Ugo La Malfa, Bruno Visentini e Giovanni Spadolini, è diventato sindaco di Catania nel 1988 eletto dal Consiglio Comunale per pochi mesi fino al 1989. Deputato dell’A. R. S. nel 1991, approda alla Camera dei Deputati nel 1992. Nel 1993 viene eletto sindaco di Catania e successivamente viene eletto all’unanimità Presidente dell’Anci. Nel 1997 diventa Ministro dell’ Interno il 22 dicembre 1999 fino all’11 giugno 2001 durante i Governi D’Alema II e D’ Amato II. Due settimane dopo la sua nomina a Ministro, però, si dimette da sindaco della città etnea. Il 3 agosto 2001 viene eletto Presidente del Comitato Parlamentare di Controllo sui Servizi Segreti ricevendo ben sei voti su sette.

Discutiamo, amabilmente, del futuro di Catania, ma ciò che si percepisce è, indipendentemente dal colore politico, il bene comune di Catania e la voglia di portare avanti un progetto per i Catanesi che hanno sofferto già abbastanza. La forza motrice di che anima tutta l’intervista è il grande riscatto che Catania deve avere da questo buio periodo che sta attraversando.

Lei è stato il nostro sindaco per ben due volte. La prima volta nel 1988, per pochi mesi, un’esperienza breve ma intensa, che lo ha portato ad avere una prima notorietà nazionale. Quel suo insediamento è stato denominato e classificato come “Primavera Catanese”. Pochi mesi di mandato eppure un successo e una rivoluzione immensa. Come definisce tutto ciò?

“Quando nel luglio 1988 divenni per la prima volta sindaco fu un evento politicamente straordinario. Allora non c’era ancora l’elezione diretta del sindaco, io ero stato eletto in Consiglio comunale con il Partito Repubblicano, dove mi sono formato politicamente. Fui il primo sindaco non democristiano di Catania del dopoguerra. Fu un’esperienza innovativa, il più possibile rivolta ai cittadini e il meno possibile condizionata dai partiti, e durò 18 mesi, un tempo abbastanza lungo rispetto alla media della durata delle sindacature di quel tempo. Catania viveva anni bui, con oltre cento morti di mafia all’anno, un centro storico off limits. Ma fui il primo sindaco a scendere in strada, a parlare coi cittadini. Si creò un grande entusiasmo e quando i partiti decisero di porre fine a quell’esperienza, i ragazzi catanesi circondarono il municipio con un catena umane per non farmi andare via. Fu un’emozione fortissima. Poi nel 1993, con l’elezione diretta, tornai sindaco e allora sì che comincio la “primavera di Catania”. La città riconquistò il centro storico, mettemmo su dei servizi innovativi con la grande squadra di assessori che lavorano con me, e poi esperti ed intellettuali, il patto per Catania. Un lavoro tutto imperniato su un'alleanza civica, prima ancora che politica, con cui riuscimmo in quello che sembrava impossibile. Ridare a Catania la speranza e l’orgoglio di essere una grande città. Si insediò la ST micro electronics, la città divenne un modello di buona amministrazione per tutta Italia: alcune innovazioni nei servizi amministrativi e ai cittadini vennero adottate in altre città. E ci ponemmo alla guida del “Movimento dei Sindaci” che in tutta Italia stavano lanciando un nuovo modo di fare politica”.

Nel novembre 1997 lei viene confermato con il 67% dei voti la carica di sindaco di Catania. Il 22 dicembre 1999 diventa Ministro dell’Interno. Non pensa che tutti coloro che l’amavano si siano sentiti in parte un pò traditi?

“Non ho mai abbandonato Catania. Vivo qui da sempre e ho continuato a farlo, questa è la mia città. Quando sono andato a fare il Ministro dell'Interno, che ricordo essere uno dei più importanti e delicati ruoli istituzionali dello Stato, ero oltre la metà del mio secondo mandato da sindaco e non ero per legge ricandidabile. Durante la mia esperienza al governo nazionale ho continuato ad occuparmi della mia terra: il modulo M6 della ST, ad esempio, nel quale oggi ha preso avvio la 3SUN che darà lavoro a centinaia di giovani, è nato grazie al credito di imposta che io stesso da ministro ho voluto fosse introdotto nel Sud. Sul fronte della legalità, dal mio lavoro da ministro Catania ha tratto grandi benefici, come la nascita di nuovi presidi di pubblica sicurezza in quartieri difficili, ad esempio il commissariato di San Cristoforo, o l'istituzione della squadra antiscippo dei Condor, che tutt'ora opera e lavora per difendere i cittadini. E infine vorrei ricordare che nel 2005 ho rimesso il mio impegno nelle mani della città, ricandidandomi a sindaco, ma i catanesi in quel caso non hanno colto l'opportunità di far rinascere la città. Il mio legame con Catania, che amo profondamente, non si è mai interrotto. La gente mi manifesta ancora tutto il suo affetto, per strada molti mi chiamano ancora “u sinnacu”. I catanesi possono esserne certi: se Catania chiama, Enzo Bianco c’è. Sempre”.

La città di Catania adesso versa in una grave crisi. Secondo Lei qual è il futuro della città?

“Catania ha delle straordinarie risorse, prima fra tutte la sua gente. E’ una città ricca di contraddizioni, ma questa è anche la sua forza. Negli ultimi dieci anni di amministrazione di centrodestra certamente ha fatto giganteschi passi indietro, è sprofondata in tutte le classifiche di vivibilità, ma soprattutto ha perso la spinta e la brillantezza che c’era stata negli anni Novanta. L'amministrazione Scapagnini, con Lombardo vero amministratore delegato del comune, ha dissanguato le finanze comunali. La giunta Stancanelli ha attenzione per i conti, ma ha rinunciato ad amministrare e a costruire un'idea di sviluppo per questa città. Le amministrazioni di centrodestra che si sono succedute ne hanno fatte di tutti i colori, e il loro percorso, d’altronde, è spesso raccontato dalle cronache giudiziarie. Catania può senz’altro guardare al futuro. Abbiamo risorse naturali invidiabili, “cervelli” di prim’ordine formati da una grande università, che però non deve farsi sfilare la Scuola d’eccellenza. Catania deve avere attenzione per il suo sviluppo metropolitano, deve guardare al distretto della Sicilia sud-orientale, deve rimettere al centro la normale amministrazione, quella dei certificati da concedere in tempi ragionevoli, quella delle buche nelle strade, quella delle periferie. Bisogna riprendere in mano le redini della città, oggi “in manu a nuddu”, garantire legalità e partecipazione, fare un grande lavoro di promozione dello sviluppo per attirare investimenti e incentivare l’economia locale con una macchina amministrativa efficiente, trasparente e concreta”.

Lei è stato amato e odiato allo stesso tempo. La sua persona è in grado di suscitare forti emozioni nell’animo umano. Secondo lei tutto ciò da cosa scaturisce?

“In realtà io registro un affetto dei catanesi nei mie confronti che non si è mai esaurito, a partire dalla tradizionale sfilata del 3 febbraio nel quale spesso si misura il gradimento dei cittadini per i politici. Basterebbero gli attestati di incoraggiamento e di stima che ricevo in quella occasione per spiegare qual è il mio rapporto con la città. Il motivo da cui scaturiscono questi sentimenti forti credo che derivi dall'impegno che ho sempre messo durante la mia attività, dalla voglia di far funzionare la macchina amministrativa, di occuparmi delle cose più importanti e di quelle meno importanti, dalla capacità di avere anche autoironia, dalla trasparenza nell'amministrare, dalla voglia di stare tra la gente, di ascoltarla e soprattutto dalle cose realizzate a Catania, a favore dei giovani, degli anziani, e poi il rilancio occupazionale e culturale della città, la qualità della vita e, perchè no, anche i fiori. Ho sempre dato tutto me stesso per questa città. E quest’impegno totale suscita emozioni intense e a volte anche qualche invidia. Però dovendo fare il bilancio, considero quello che mi capita quando faccio due passi in via Etnea o nei mercati cittadini: l’affetto delle persone è eccezionale, tutti mi chiedono “ma quannu torna?”.
Ci sto seriamente riflettendo”.

Il PD è riuscito a conquistare la città di Milano. Come giudica questo fenomeno milanese?

“Berlusconi ha sicuramente rappresentato un’anomalia nella politica italiana. Ha drogato ogni dibattito e ogni discussione utile al paese ai cittadini. E’ una situazione che va superata, e in parte siamo già in fase di sorpasso. Adesso va data la spallata finale. Un periodo storico è alla fine, e una grande alleanza con tutte le forze dell’arco costituzionale stanche della politica ad personam di Berlusconi può voltare pagina. Magari individuando per adesso un leader al di fuori dei partiti. Così da traghettare l’Italia verso una nuova stagione politica, riconquistando dignità e attenzione ai veri problemi del Paese”.

Il teatro, la cultura a Catania oggi hanno spazi ridottissimi. La città sta attraversando un torpore anche culturale non solo economico e sociale. Cosa si deve fare per risvegliare Catania da tutto ciò e riavvicinare i giovani alla cultura?

“Quando ero sindaco la Cultura era uno dei settori privilegiati che avevamo scelto per rilanciare Catania. La spesa che sostenevamo per gli eventi dell’Estate catanese, la cui direzione artistica affidammo a Franco Battiato, non era fine a se stessa, ma un investimento per la città, i cui frutti erano tangibili. Catania in quegli anni ha avuto anche l'onore di avere come protagonista della gestione delle attività culturali un maestro come Camilleri ed era riconosciuta come un punto cardine nel circuito culturale italiano. Grandi eventi, grandi mostre, il Teatro Massimo Bellini come fiore all’occhiello, a Catania venivano migliaia di turisti. La città faceva ed esportava cultura. S’era creato un grande fermento culturale di operatori e artisti catanesi: una su tutti, Carmen Consoli è figlia della rinascita del centro storico. Cominciò a cantare e suonare nei pub di Catania, proprio negli anni Novanta. Oggi questo patrimonio s’è disperso. Il fermento dei privati c’è, perché Catania riesce a mantenersi viva anche sottotraccia, ma l’Amministrazione ha abbandonato la cultura: negli ultimi dieci anni in città la cultura è stata dimenticata, il Bellini penalizzato, i musei abbandonati. Invece, nell’era post industriale in cui viviamo, le attività culturali sono un fattore di sviluppo. L’amministrazione deve riprendere a guidare questo processo”.

r risistemare Catania ci vorrebbe la famosa bacchetta magica, ma secondo lei nell’attuale classe politica ci sono uomini, a prescindere dal colore politico, in grado di migliorare la causa catanese?

Ci sono tante persone che amano Catania e sono pronte a mettersi in gioco. Dai giovani, organizzati in movimenti politici, a una miriade di gruppi sociali che si stanno impegnando civicamente per la città. Non parlerei di classe politica, ma di classe dirigente, al di fuori degli schemi politici. Credo che ci siano le condizioni per ricreare una “squadra” di eccezionale valore come quella che governò Catania negli Anni Novanta. Ma è necessario andare oltre le logiche dei partiti. Catania è dei catanesi e sono i catanesi che devono voler voltare pagina. E per quanto riguarda la bacchetta magica, in effetti, ce l'ho sul mio tavolo e sono pronto ad usarla”.

Qual è la formula giusta, se esiste, per essere un buon politico?

“La passione, l'entusiasmo, onestà, trasparenza, saper fare gioco di squadra, essere lungimiranti. Ma soprattutto non prendere mai in giro il proprio elettorato. La coerenza credo che sia un valore fondamentale: che credibilità ha con il suo elettorato chi cambia casacca o cambia alleanze in corso d’opera? Come spiegare agli elettori che si è corso con un proprio candidato e con un progetto politico ben preciso per la Regione e poi ci si allea con chi era l’avversario? E anche la passione è indispensabile: senza quella non si potrebbe mai lavorare per il bene dei cittadini, del proprio Paese o della propria città. E senza entusiasmo non si potrebbe mai amministrare bene una città come Catania”.

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