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Moda 2009

Moda 2009, è il momento delle regole

Siamo allo sbando. E, come sempre, la moda lo sa benissimo. Alludiamo alla grande capacità delle passerelle, tutte, di mettere in scena i bisogni e i desideri delle epoche, degli anni, della gente. La moda interpreta, ed è dunque consapevole di quel che la gente vuole ad ogni costo senza nemmeno saperlo, e la prova è data dalla sua grande capacità di affascinare senza subire, nonostante la cattiva annata, crisi alcuna.

ITALIA 2009, Odissea nello spazio? Sì, forse fin troppo spazio. Il 2009, per l’Italia, è stato l’anno del totale smarrimento, ha rappresentato l’emblema dell’epoca dello sbando, della società ubriaca e delle tante menti disperse, quelle della gente, nella disperata ricerca d’autore: la certezza.

Tra polemiche, insulti, ironie, pettegolezzi, sorrisi poco felici, alluvioni poco considerate, strumentalizzazioni di esse, ponti, non ponti, posti fissi e stranamente più furbi dei non fissi, la moda decide di mettere un punto e una figura: ritorna così la divisa, accompagnata dallo stile militare.

‘Un sogno per uno stilista - diceva Gianni Versace, riferendosi alla creazione di una divisa - Succede quando qualcosa diventa indispensabile’.

Ed è arrivato il momento dell’indispensabile regola. Così inizia la creazione della moda. I sofisticati tailleur di Antonio Marras, per esempio, ricordano una severissima Meg Ryan in Top Gun, ma stavolta severamente in verde militare poiché di aerei, ali e spazi non ne vogliamo sapere, siamo in campo di guerra.

Siamo anzi dinanzi a un fenomeno strano, a una vera e propria visione. Gli stilisti ci fanno assistere alla resurrezione della dittatura militaresca. Dopo aver esaltato per decenni lo stile alternativo, trend che trova le sue origini nel '68, imitato per anni, la moda compie un salto nel buio, ma non a caso, per giungere ancora più indietro nel tempo e ritrovarsi dalla parte esattamente opposta: il terreno di battaglia. Atterriamo con l’elicottero, ma, stranamente, non ci troviamo dinanzi a guerra alcuna. Siamo solo dinanzi a un’impegnativa esercitazione della nostra epoca, l’esercitazione alla regola, ciò di cui ha estremamente bisogno.

Niente più spirito libero, niente campi fioriti e figli dei fiori, niente di roseo, puro e goliardico. La moda abbandona l’idea della libertà, per porre un limite. La regola è regola e nessuna regola è tale se non è risoluta, decisa, forte, ancora più rispettata se è la regola del NO, dei colori forti e cupi come il nero, il verde militare, il marrone e il blu. Così la moda, nel silenzio del suo saper dire, dice no al sistema e alla politica, interpretando ciò che gli uomini firmati 2009, non sanno nemmeno di richiedere e desiderare.

Uomini come donne, che indossano in passerella dalle giacche alla ussara di Chanel alle mise casual di Pirelli Pzero, Get Lost e Sportmax. Byblos per l’autunno-inverno 2009/10 propone invece sciarpe kilometriche e lunghi cappotti di sapore quasi militare. Un pò meno rigore per Prada, che ancora più esplicito rende l'attacco, tutto aggiornato, vestendo vere e proprie guerriere metropolitane.

Givenchy si ispira alla marina militare mentre Chloè non rinuncia alla femminilità classica, mettendo al centro del suo stile militare, la seduzione.

Più eccessivo è Moschino, con i suoi tailleur che rendono femminili le divise napoleoniche e sempre accentuate dai toni ironici, perché mai come in questo periodo la politica è da prendere poco sul serio.

Senza vie di mezzo, diplomazie, mezzi termini, attenuanti o sfumature del forse, la moda mette in campo la divisa perfetta e rigorosa, affermando, con aria austera e sottomittente, l’esigenza che i giovani non riescono a esprimere, la voglia di mettere ordine alla società.

Regola ferrea, ordine da esercito, amor di patria, addirittura dittatura. Metodi forti che sono necessari per mettere in riga la politica stessa, in un periodo in cui il disorientamento è totale, e finiscono, nell’iperuranio delle dichiarazioni, anche le ideologie: da destra si passa a sinistra e viceversa, per poi tornare sui propri passi, o, per restare in tema, sui soliti riii-passi.

Così i politici, a lavoro o a riposo, poco importa, adottano fino a portarlo alle estreme conseguenza, il metodo più usato nel 2009: quello, appunto, della dichiarazione.

Democrazia, libertà di stampa, libertà di manifestazione del pensiero, i politici finiscono col concentrarsi solo sulla parola. Dedicano le loro energie nella ricerca disperata delle frasi più convincenti e carismatiche, per formare la dichiarazione più eclatante e discutibile, che prescinda da qualsiasi criterio guida, facendo perdere a essi stessi la bussola.

Nella fornitura 'lampo e stampo' della loro dichiarazione, causa e conseguenza di mille polemiche, sottoposta a pettegolezzi di ogni sorta, i politici accontentano così i trentenni di oggi, adolescenti degli anni 80 e 90, che per dichiarazione intendevano un evento romantico, coraggioso o lusinghiero. Quella che sognavano e bramavano ogni giorno tra i banchi di scuola, senza ascoltare ciò che si diceva dei personaggi in cerca d’autore, quella trovata solo nel 2009, in un contesto e un tempo in cui non la cercano più, in cui a essere atteso stavolta è quell'autore di cui i personaggi erano in cerca: il certo, la speranza, o, più concretamente, il datore di lavoro, l’editore o addirittura la semplice legittimazione della loro ricerca, la regola indiscutibile e rispettata, poco fumosa, che ponga certezze.

Una ricerca che oggi diventa una corsa senza meta per capirci qualcosa, per definire il presente e futuro, basso, alto o medio-alto. Nel periodo del disorientamento, nulla guasta.

Se la moda rimane, così come l’arte, l’unica espressione a zero compromessi, per dire ciò che nessun giornalismo vuole o può dire, disorientato anch’esso, oggi lo stile sente il bisogno di precisare, per mettere sull'attenti senza urli e ribellioni, con i toni silenziosi dei colori cupi, perché nulla è più preciso di un esercito in marcia.

E se tra le righe il suo messaggio è destinato ai politici, distratti dall’analisi della dichiarazione più geniale, non rimane che prendere consapevolezza di ciò che ci circonda, e seguire la moda, perché così come la moda parla, anche lo stile è un’opinione. Avanti Marsch col 2010.

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