La sentenza sui rapporti tra investigatori e la tutela delle indagini
La Corte dei Conti ha stabilito che l’ex tenente colonnello della Direzione investigativa antimafia (Dia) Alfio Marco Zappalà deve risarcire l’Arma dei carabinieri per un danno d’immagine pari a 25.000 euro. La condanna è motivata dalla diffusione, nel 2019, di informazioni riservate connesse alle indagini sul boss Matteo Messina Denaro durante il periodo di latitanza.
Secondo la ricostruzione contenuta negli atti, Zappalà avrebbe ottenuto da un appuntato dei carabinieri alcuni screenshot tratti da conversazioni intercettate, trascritte presso la Compagnia di Castelvetrano. Nei dialoghi vi erano riferimenti alla famiglia mafiosa di Castelvetrano e a un possibile nascondiglio dove si sospettava potesse trovarsi il latitante.
- Gli screenshot sarebbero stati inviati via mail all’ex sindaco di Castelvetrano Antonino Vaccarino, oggi deceduto.
- Il giorno successivo Vaccarino incontrò un soggetto indicato negli accertamenti e gli riferì parti delle conversazioni intercettate, rivelando così elementi riservati dell’inchiesta.
- L’esposizione delle comunicazioni riservate ha costituito, per la Corte dei Conti, un danno d’immagine all’Arma dei carabinieri.
La vicenda aveva già avuto risvolti penali: la diffusione delle informazioni riservate è emersa perché Vaccarino era sotto controllo degli investigatori e le mail inviate da Zappalà erano state intercettate. L’intera vicenda aveva portato, in via definitiva, a una condanna a quattro anni di reclusione nei confronti di Zappalà per i fatti penali collegati alla fuga di notizie.
La sentenza della Corte dei Conti riguarda il profilo del danno erariale e d’immagine subito dall’Arma a causa della condotta dell’ex ufficiale, centrando l’attenzione sulla tutela della riservatezza degli atti investigativi e sull’obbligo di corretto uso delle informazioni acquisite nell’esercizio di funzioni pubbliche.
Il procedimento ha coinvolto anche l’appuntato che raccolse le screenshot e altri elementi d’indagine relativi alle conversazioni che citavano esponenti della criminalità locale e passaggi che facevano riferimento a presunti nascondigli del latitante. Gli inquirenti, attraverso le intercettazioni e le attività di controllo, ricostruirono la diffusione delle comunicazioni riservate, con conseguenze sia sul piano penale sia su quello contabile.
La pronuncia della Corte dei Conti comporta quindi l’obbligo di risarcimento a favore dell’Arma; il caso rimane parte della più ampia stagione di indagini e processi connessi alla latitanza e alla cattura di esponenti di Cosa nostra che hanno interessato il territorio siciliano negli ultimi anni.